Nel passato, gli oggetti, nella loro durata passiva, hanno avuto significato precisamente perché c’era un futuro che poteva sopportare un’analisi temporale lineare. Senza tale futuro l’oggetto non conserva, nel senso tradizionale, il proprio significato. Poiché la capacità del significato di essere inerente ad un oggetto è fondamentale per un’idea classica, quando tale possibilità è negata, essa diventa la negazione definitiva del classico.
…La rimozione dell’identità e del significato degli oggetti segnala un’inutilità – una futilità dei termini delle sue precedenti condizioni dell’essere. Se la natura degli oggetti è cambiata, allora le proposizioni tipiche che prima erano una manifestazione di quella natura non possono più essere rappresentate nell’oggetto, ma solo ripetute da esso. L’oggetto futile ed il processo di decomposizione non costituiscono più oggetti arbitrari e processi anomali, né una mutazione dal Classicismo. In questa nuova epoca essi possono essere diventati, benché accidentalmente, il destino dell’architettura di oggi.

oggetto: Dal lat. mediev. obiectu(m), neutro sost. di obie°ctus, part. pass. di obice°re 'mettere innanzi' (cfr. obiettare); propr. 'ciò che è messo dinanzi (alla vista o al pensiero)'. (1 )tutto ciò che è percepito dal soggetto come diverso da sé. (2) ciò che costituisce il termine di un'attività, di un sentimento; fine, scopo. (3) ciò che cade sotto i sensi; cosa concreta, materiale, spec. se solida. (4) materia, argomento, contenuto.

Eisenman, Peter, La fine del classico e altri scritti, a cura di Renato Rizzi, saggio di Franco Rella, CLUVA editrice, Venezia 1987, pp. 112-114.

Titolo originale: The Futility of the Object: Decomposition and the Process of Difference.

 

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